Non ho temi che piacciano al marketing da proporre, ma uno spunto di riflessione.
Il risultato del nostro lavoro è rappresentato da oggetti metallici, in oro o in argento, frutto di una lunga lavorazione manuale e dello stratificarsi di esperienze apprese esclusivamente con l’esercizio del mestiere pratico, manuale e con l’uso abile di strumenti e fuoco.
Il nostro stile di comunicazione lo denuncia: non proponiamo e non amiamo le foto da copertina patinata, quelle con ‘gioielli adagiati su frutta che sgocciola’ per intenderci, non abbiamo modelle ammiccanti sulle quali far quasi sparire il gioiello, le foto dei nostri pezzi vogliono essere spontanee, artigianali, i nostri gioielli reclamano sincerità e il tono descrittivo talvolta è sintetico, brusco.
Mi rendo conto che rispetto alla tendenza dominante presente manca nella nostra narrazione e nel nostro stile quell’amore narcisistico per sè stessi proprio di chi oggi afferma a gran voce e con grande piglio di fare un lavoro creativo; è tutto concettuale, svincolato dalla realizzabilità . Ma la forma è sostanza.
Viviamo l’epoca della supervalutazione del design e di conseguenza del designer, che diventa quasi oggetto astratto, il centro gravitazionale di ogni autolusinga possibile, il sottotitolo non cambia ed è autocelebrativo: il progetto, il disegno, il rendering, sempre costante la promessa mancata di concretezza, tutto è solo immaginato, proiettato. Sarebbe fondamentale un ritorno alla concretezza vera e alla sua lode collettiva, la concretezza nella sua verità tangibile, risultato del saper fare, del saper fare manuale che è proprio dei sarti, dei muratori, dei falegnami, degli orefici e di tutti quegli abili artigiani che non cercano la lusinga vuota ma trovano soddisfazione nel finito.
Per quanto ci riguarda noi non siamo niente al di fuori delle mani e delle menti che costruiscono i gioielli che proponiamo. Non c’è nessun artista con la lettera maiuscola, non c’è designer, non c’è direttore creativo o visual o altri anglismi folli con i quali nascondersi: noi siamo io e mio padre e una pletora di altre figure non meno importanti (pietrai, tagliatori, incassatori, incisori etc), e ci lega un mestiere antichissimo, affascinante ma non riducibile ad alcuna forma di narcisismo da social. Mi piace pensarci simili ad una corporazione medievale.
Il mondo della gioielleria vera è un mondo di artigiani, di operai, di lavoro manuale, di persone che conoscono a memoria gesti appresi in anni di apprendistato seduti al banco, tendenzialmente legati da rapporti di familiarità (perchè per sua natura è un settore che richiede profondi rapporti di fiducia).. E i nostri gioielli vengono prodotti così, dalla mente attraverso le mani, in maniera completamente e orgogliosamente “analogica” per dirla nel lessico contemporaneo e l’unica cosa veramente sensazionalistica, che un manuale di marketing insisterebbe per sottolineare è l’inspiegabile e metafisica sensazione che deriva dal costruire un oggetto da zero e portarlo interamente a compimento con le proprie mani, dalla forma immaginata alla sostanza reale. Qui la magia, qui il senso del tutto, nessun applauso inutile.
Per alleggerire questi toni da riforma luterana potrei aggiungere che talvolta, nelle pieghe di un lavoro che richiede umiltà e dedizione monastica, ci diverte occasionalmente indagare la costruzione delle forme geometriche: e quindi triangoli isosceli, fusarole faccettate e lucide come elementi giunti da altri pianeti, piccole ciambelle in pietra, frutto di suggestioni futuristiche, si sognano mondi lontani visti in qualche vecchio film di fantascienza e ci si fa rassicurare dallo scivolare perfetto di un cerchio, un ovale o una curva.
Mi fermo qui, non ho altre riflessioni da aggiungere a questo breve aggiornamento di pagina che non vuole essere polemico ma più filosofico, finisco con una bella carrellata di alcune cose che hanno trovato già casa e altre che aspettano di trovarla. Guardandole capisco perfettamente e mi sembra un ottima chiusa. Il senso è fuori da noi, l’esplorazione della forma concreta è e sarà sempre il nostro centro d’indagine, dentro al quale trovare sempre stimolo, forza e talvolta riparo dal mondo.








































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